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*Il Supermarket degli Uomini*

in costruzione

Grazie Paola! Ovvero: sono senza parole.

Sono stata vittima di un potente attacco di dermatite atopica.
Per chi non avesse mai avuto la sfiga di averci a che fare, posso dire che è come se sotto la pelle spingessero infinite spine.
La voglia di grattarsi, anzi, scarnificarsi, è irrefrenabile e ci si ritrova grondanti di sangue, come se finiti in mezzo ad un branco di gatti randagi infuriati.

 

Vari metodi, varie creme, fallimento TOTALE.

 

Ero disperata, poi una mia (ormai ex) collega di lavoro, impietosita dal mio stato osceno, fa coming out: anche lei è stata vittima di questa tortura.
E… ne è uscita!

 

Come?

 

Indovinate un po’… con una stracavolo di crema da meno di cinque euro acquistabile al supermercato (Nivea Soft).
E un velo di crema cortisonica, ovvio, ma la Nivea l’ha aiutata e l’aiuta contro le ricadute.

 

Cioè.

 

Ho speso soldi.
Ho speso tempo.
Ho consultato medici.
Ho provato creme costose a go go.

Sempre fallendo.

E bastava una cremuzza da popolino.
Provata, funziona.

Da non crederci.

Vabbeh, grazie Paola.
Grazie davvero.

E spero che questa crema dei poveri possa dare sollievo ad altri sventurati che si ammazzano di prurito notte e giorno senza sosta.

L’Origine del male ovvero Facebook

Quando dico che non ho Facebook la gente fa quell’espressione che farebbe se comunicassi loro che mi nutro abitualmente di muschi e licheni (cosa che non faccio, per la cronaca).

Mi chiedo, è così importante quel social network?
Ogni volta che mi pongo tal domanda, la risposta è sempre la stessa: un secco NO.

Perché allora la gente si sente obbligata a partecipare?

Credo sia una di quelle domande escatologiche che non abbiano una vera e propria risposta.

Il recupero di un grande, vecchio amico.

Ho portato il mio pc dal tecnico, glielo dovevo.
È una macchina vecchia, obsoleta.
È stato il mio regalo di laurea, ha condiviso quasi dieci anni della mia vita.

È un oggetto, una macchina.
Sarebbe facile sostituirlo, non per me.

Non andava, era lento.
Sistema operativo XP… Bah.

Gli cambio hard disc e mando a quel paese Windows che, diciamolo pure, mi è sempre stato sulle scatole.
Voglio iniziare con lui la nuova avventuta con Ubunto, sento che possiamo farcela.

In questo ultimo anno ho sempre usato smartphone, ma sento la differenza.

Mi manca la tastiera, il battere frenetico sui tasti, una visione “larga”.

No, lo smart non può sostituire un pc, nemmeno se si impegna.

Ricominciare.

Ricominciare da Twitter, dal blog.
E anche da Thumblr.
E pure da Anobii, anche se l’ha comprato la Mondadori.

Leggere, leggere, leggere.
Per tornare a scrivere.

Il progetto del nuovo libro è in stand by e non mi fa bene.

Le cose da dire sono tante, spero di recuperare le forze e tornare quella di un tempo.

Il raggiungimento della meta è solo l'inizio di un nuovo viaggio, ovvero battaglie da genitore.

Innanzitutto, buona Pasqua.
No, non sono morta, sono solo sparita per un po’.
Anzi, diciamo che mi sono ritirata dentro me stessa per un certo periodo.

Sono cambiate tante cose, in questo periodo di assenza, in verità non è cambiato nulla, ho solo finalmente capito.

Capire per me è *f o n d a m e n t a l e*:  se non comprendo, sto male, quindi sono stata male. Ora però è passato,  siate  lieti per me.

Il 4 maggio presenterò il mio libro a Castel Bolognese, siateci se vi va, prossimamente vi fornirò maggiori indicazioni.

Il tetto della scuola materna dei miei figli viene giù, nel senso che nella classe della bambina sono crollati un paio di pannelli.
Tenete conto che: l’edificio è del 1995; la sezione della Raffa è stata inaugurata a ottobre 2012 ed è da tre anni che piove nel dormitorio.
Dal comune si dice che non è colpa loro,  che non ci sono soldi, che hanno cambiato tre ditte appaltatrici, le quali sono fallite una dopo l’altra.
Il tetto sarà riparabile appena smette di piovere.
Il “Lunêri di Smémbar” dice che il tempo si rimetterà a giugno. Fate voi.

Comunque quello che mi lascia perplessa non è tanto l’utilità delle quattro visite giornaliere in ogni classe della dirigente o chi per lei, bensì del fatto che nessuno ne parli, nessuno abbia scritto al Carlino o cose simili, mentre per lamentarsi della potatura degli alberi del viale Cairoli è stato sollevato un polverone enorme.
Capisco che gli alberi sono importanti e che forniscano ossigeno vitale, mentre i bambini producono inquinamento, anidride carbonica e allarghino il buco dell’ozono (andatevi a rileggere questo post), comunque si tratta di un disservizio, ed io pago le tasse per avere servizi.

Ma andiamo avanti.

Gli anni scorsi, la stragrande maggioranza dei genitori, puntava a inserire i propri pargoletti al plesso Ginnasi (scuola primaria a tempo pieno).
Quest’anno, invece, tutti al Bassi (27 ore classiche).
Questo suscita un probema: 36 bambini alle Ginnasi (due classi) e 50 alle Bassi.
Tenendo presente che tre classi alle Bassi non hanno intenzioni di farle (braccino corto) e che c’è un bimbo disabile che vale per quattro, come risolvere la questione?
Qualche settimana fa, la dirigente indisse una riunione con lo scopo occulto di convincere quattro genitori a iscrivere i loro figli alle Ginnasi.
Come potete prevedere, nessuno cadde nel tranello.
Conclusione: sorteggio.

Le mamme, iraconde, invocavano il diritto alla scelta educativa per la propria progenie (giustamente). La dirigente, dal canto suo, faceva notare che la bidella aveva ampiamente sforato il proprio turno di lavoro e doveva chiudere la scuola.

Per fortuna, eventi imprevisti hanno fatto sì che il numero dei bambini calasse, in modo che il caso non sia più l’artefice del destino della carriera scolastica di quattro innocenti fanciulli.
Al Bassi si avranno due classi da 25.
Forse.
Finché mio figlio non sarà seduto al suo banco, non mi sento di affermare nulla.

Scommetto, però, che vi sia rimasta la curiosità di sapere perché al tempo pieno non vuole andare più nessuno,  sebbene lavorino entrambi i genitori.
Mi è stato detto che le Ginnasi sono pericolanti e prive di spazi / laboratori e che le insegnanti cambiano troppo spesso. Sarà così? Non ne ho idea.
So solo che stare a scuola il pomeriggio è stressante e, dal momento che posso, vorrei evitare di sovraccaricare il mio pulcino.
Vi aggiornerò.

What the hell is going on? Ovvero: trappole per lettori

Volevo informarvi che sto lavorando ad una nuova raccolta di racconti.
Sarà molto più impegnativa della precedente, impegnativa per me, intendo.
Così impegnativa che mi stanco solo a pensarla, infatti ora sono in fase di riposo.
Perché scrivere bene non è una passeggiata.
Oh, non si tratta solo di grammatica, la quale può benissimo essere rivista e corretta dal tuo editor di fiducia.
E nemmeno di trame, che, come abbiamo visto nello scorso post, sono una decina in tutto.
La fatica sta nel trovare la parola giusta, anzi la combinazione di parole giuste per trasmettere in maniera pressoché esatta l’emozione che hai in mente al tuo lettore.
Chi legge deve essere *dentro* al racconto, davanti a sè non deve vedere le parole del libro, deve apparirgli la scena.
Questa scena deve essere reale.
Se il personaggio, ad esempio, si punge un dito, il lettore deve provare lui stesso dolore, deve poter avvertire la punta dello spillo che trapassa il polpastrello e il calore del suo sangue che scende sul palmo della mano.
Se non si riesce a ottenere questo risultato si è scrittori mediocri.

Come fare a raggiungere questo risultato?

Si parte dal presupposto che la fantasia, in realtà, non esiste.
Nessuno inventa nulla.
Scemenze? Tutt’altro.
Provate a inventare qualcosa che non esiste, non ne siete in grado.
Non si riesce a creare qualcosa dal nulla, al massimo rielaboriamo cose già esistenti mischiando vari elementi reali.
Esempio, gli alieni.
Se ci pensate, tutti gli extraterrestri sono una rielaborazione degli esseri umani, non siamo capaci di immaginare qualcosa che va al di là delle nostre conoscenze.
Come vede un alieno?
Occhi? Radar? Antenne? Tutti modi in qualche modo attinenti alla realtà.

Possiamo immaginare solo ciò che conosciamo, allo stesso modo possiamo scrivere solo di ciò che conosciamo.
Questo non significa però che *per forza* dobbiamo avere esperienza diretta dell’argomento che desideriamo trattare, altrimenti bisognerebbe aver davvero paura di certi autori…

Credo che il modo migliore per catapultare un lettore nel mondo del nostro racconto sia vivere a livello mentale ogni singolo attimo della storia e tentare di descrivere ogni attimo nella maniera più fedele e dettagliata possibile.
Azione ardua e potenzialmente dannosa.
Varcare le varie soglie di realtà reali e realtà fittizie, giocare con le emozioni di personaggi inesistenti può essere simpatico, ma bisogna avere la forza di non superare quella linea di confine che una volta scavalcata non ti permette di tornare indietro.
Dunque, chiedete ad Arianna un po’ del suo filo e mettetevi al lavoro.

Insulti 2.0 ovvero originalità narrativa

Stamattina l’antivirus mi ha informata che è estremamente trendy insultare i vicini con la propria rete wifi.
Insomma, siamo nel 2012!
Se fino a poco fa si usava scrivere “cornuto” sul muro del presunto tale, adesso si rinomina la connessione senza fili, stile “il dottore del terzo piano è cornuto”; in tal modo il dottore, quando cerca di connettersi con il suo iphone5 capisce che forse dovrebbe perder meno tempo a cazzeggiare su internet e occuparsi di più degli interessi della sua gentile consorte.

Aggiornatevi, trogloditi!!!

Per quanto riguarda me, la mia rete si chiama banalmente “Rete casalinga”.
Dovrò trovare un nome più creativo, tipo… tipo… tipo boh, non mi viene in mente nulla di buono.

Succede sempre così quando uno cerca un’idea originale e si finisce per copiare le idee altrui, elaborandole.
Perché faticare quando un altro può pensare al posto tuo?

Creare qualcosa di attraente è difficile, chi scrive lo sa.
A volte viene da pensare che ormai quello che si poteva scrivere è stato scritto e le opere successive non sono altro che rielaborazioni di vecchi temi trattati centinaia di volte.
Alla fine le trame, se scarnificate all’osso, saranno circa una decina.

Un tipo di trama che mi ha sempre affascinato è quello usato per la serie “I Simpson”. Non per niente è una serie ultra longeva e, nel suo interno, parecchi episodi sono pure rielaborazioni o parodie di fatti o altre opere precedenti.

Che cos’hanno di speciale i Simpson?
Che iniziano con una situazione, poi però la vicenda iniziale passa in secondo piano, fa solo da espediente per introdurre la vera vicenda.
Ci sono poi varie sottotrame di contorno che fanno sì che lo spettatore rimanga incollato all’episodio senza annoiarsi.

Creare qualcosa del genere, vi assicuro, non è per niente facile.
Non so se gli sceneggiatori partono dalla trama principale e poi successivamente la modificano per dare questo “taglio” all’episodio. Di sicuro, partire di getto a narrare una vicenda per poi fare in modo che la stessa si trasformi nel preludio della vera trama è impossibile, o per lo meno bisogna essere narratori eccezionali.

Ad ogni modo, mi sto allenando verso questo orientamento narrativo.
E ora, ditemi voi se ci sono riuscita, magari fatemelo sapere modificando il nome della vostra rete wifi.

Ciò che non saprai mai ovvero sofferenze nascoste.

Ce n’è almeno uno in ogni famiglia.
Non mentire, c’è anche nella tua, se ci pensi bene.
È quel parente che c’è, ma nessuno ne parla.
A volte è ancora vivo, generalmente è morto da tempo, come pure le persone che potevano raccontare la verità.
Li vedi come cambiano, quando gliene accenni, tergiversano, divagano, per poi chiudervi la bocca pigiando sul vostro punto debole.
E ti rotoli nella curiosità malata, nel terrore di aver ereditato il gene malefico, perché ormai è risaputo, c’è sempre una predisposizione genetica per qualsiasi cosa, quale sia il gene esattamente nessuno lo sa, di certo ti dicono che esiste. Un po’ come la discussione sull’esistenza del punto G, degli alieni e dei fantasmi.
Fantasmi.
Cosa sono i fantasmi se non idee che fluttuano infastidendoti e spaventandoti? Non lo fanno di loro volontà, sei tu che li richiami alla mente.
Come il ricordo di quel parente.
Hai smesso di fare domande da bambina, quando portasti la foto alla nonna con un ingenuo e questo chi è?
Vedi la nonna con gli occhi lucidi e decidi che non è il caso.
Poi ti ritrovi a sgomberare un vecchio baule e trovi le sue cose.
Indizi.
E ti rendi conto che era come te, lavoro, amore, interessi…
E quella busta ancora chiusa, dopo trent’anni.
Una busta mai aperta, un vecchio estratto conto di una banca che ormai non esiste più.
Mai aperta perché arrivata tardi, dopo quella fatidica data che hanno fatto di lui la persona che è meglio non nominare.
Allora sistemi nuovamente tutto a posto, chiudi e vorresti scappare, piangere, capire…
Non lo fai.
Compi un piccolo rito, uno qualsiasi.
E speri solo di non essere tu la prossima.

Settebre è arrivato ovvero sintomatologia di un delirio.

Settebre è arrivato e con lui la tanto sospirata pioggia.
Vi mancava, vero, la pioggia?
Quel tic tic sommesso nel vetro appena lucidato, le impronte fangose sul pavimento immacolato (troppo bianco sbiancheggia, no?), la coperta sul letto…
Bene, adesso riabbiamo tutto questo e presto ci rimpinzeremo con le gioie dell’autunno, prima fra tutte, il tanto sospirato e agognato rientro a scuola dei bambini. Dài, infondo (mooolto in fondo) sono contenti pure loro di ritrovare il loro vecchi amici.

Raffa inizierà il primo anno di scuola dell’infazia, il termine fighetto per indicare la scuola matera che, ai miei tempi, era a sua volta il termine fighetto per indicare l’asilo. Cambiano le parole ma non cambia la sostanza.

E invece no, molte volte la sostanza cambia proprio in base alle parole.
Può sembrare un paradosso, ma cambiare nome a qualcosa, spesso ne altera pure le qualità proprie che fino ad un momento prima ci sembravano oggettivamente intrinseche nel soggetto in questione.

Facciamo un esempio: io sono una mamma, ho due bambini. Di me si potrebbe tranquillamente dire che sono un’assassina. Pazzesco? Per un sempre più nutrito gruppo di persone no.

Dovete sapere che esistono persone che accusano le persone che decidono liberamente di esercitare il loro diritto alla riproduzione di danneggiare in questo modo il pianeta e tutta l’umanità.

Siamo troppi, dicono. Non ci sono risorse per tutti.
Forse hanno ragione, ma non è levando e me il diritto di avere bambini che si risolvono i problemi del genere umano come la fame nel mondo.

L’Italia è già un paese in calo.
Stanno diventando tutti vecchi.
Ci saranno badanti per tutti?
Loro non si pongono il problema, c’è l’eutanasia.

Secondo voi, questo è delirio?
Per me sì, ma per loro la pazza sono io.

Cosa volete farci, ormai la soggettività ha preso il sopravvento e ciò che deve essere è perché la maggior parte pensa che sia.

In Italia c’è una media di 1,4 figli per donna.
Per rimanere stabili dovrebbero essere circa 2.

Dunque, o voi, uomini deliranti che mi frantumate i frantumanti, frantumatevi i vostri (così siete pure contenti che non vi riproducete) e pensate che una donzella che decide liberamente di usare il suo utero come le pare, sfornando una decina di figli non fa altro che permettere a quattro altre signore di usare il loro utero come pare a loro non partorendo bimbi.

Sempre se non volete una gerontocrazia.
Art. 1 L’Italia sarà una repubblica fondata sulle badanti.

Che poi badare ad un anziano non autosufficiente è alienante.
E non mi pare neppure giusto che, dopo una vita di lavoro e sacrifici, non l’aspetto altro che il punturone del sonno eterno.

 

 

Hai perso l’autobus? Forse è colpa della Pausini. Ovvero ecco che divento complottista pure io.

Tg5 edizione delle otto: ucciso a colpi di pistola, un operaio che montava un palco per mano di un killer a volto coperto (casco integrale).

Tra gli altri, doveva esibirsi anche Laura, in quel momento a Malta con il suo staff e le attrezzature.

Perché gli altri artisti non sono stati nominati?
Perché il tg ha ricordato l’episodio dell’operaio morto sul lavoro (e sottolineo l’episodio, non la persona) in occasione del concerto della cantante e non hanno fatto, ad esempio, cenno per analogia all’operaio morto per lo stesso motivo prima di un concerto di Jovanotti?

Perché la maggior parte degli articoli che ho letto sono incentrati più sulla Pausini e le sue smentite, nonostante che sul delitto, liquidato in una maciata di righe?
E come nella migliore delle tradizioni, la vittima cade in secondo piano.

Mi spiegate soprattutto qual è la correlazione tra un omicidio con un incidente sul lavoro?

Scusate, eh, cosa devo capire da questa notizia data in questo modo?

Che la morte del primo operaio non era un incidente?

Ve lo dico io cosa penso: cattivo giornalismo.
Quando si pensa più ad emozionare che a informare, quando i pettegolezzi sono il sottofondo in ogni genere di cronaca perché sì, succede che non interessa scrivere su un omicidio, ma sulla bella cantante di fama internazionale che è bersagliata da un nemico nascosto o semplicemente “porta sfortuna”.
Del resto, non sarebbe la prima a cui “appioppano” quell’odiosa etichetta.
Personalmente spero non succeda, spero che sia solo, come sempre, cattivo giornalismo.

Edit 03/08: da quello che ho capito il concerto è annullato.

Quanto costa pubblicare un libro, parte seconda. Ovvero: i costi di distribuzione.

Se volete sapere quanto costa pubblicare un libro, andate allla prima parte. Qui parlo del passo successivo.
Parliamo chiaro: questo è un post scritto prima di tutto per aumentare le visite del mio blog (che tra parentesi non è che ci guadagno qualcosa, anzi, sarebbe stato strano il contrario, ma passiamo olte).

Questo post, d’altra parte si autoeleva a servizio informativo perché nei fatti lo è.

Ma veniamo all’argomento principale: la distribuzione.

SE

  • Hai pubblicato un libro con una casa editrice a pagamento che sforna tipo trenta novità al mese (non è un’esagerazione, esistono!)
  • Hai pubblicato un libro autoprodotto
  • Hai pubblicato ebook

questo non è un problema che ti tocca, in quanto nel secondo caso la distribuzione è affar tuo e lo vedi di persona quanto ti costa, nel terzo fai tutto on line e come stanno le cose per ora non lo so, mentre nel primo… beh, ci sono due tipi di case editrici a pagamento: quelle che spaventano i librai proponendo le loro novità, così da riempire in una botta sola negozio e magazzino e quelle che nemmeno propongono il tuo libro (tanto hanno già guadagnato con i tuoi soldi).

SE invece hai pubblicato con una casa editrice normale seria, questo post ti spiega dove vanno i soldi del prezzo di copertina.

Stampato il libro, la casa editrice lo vende al distributore con il 65% del prezzo di copertina, il quale lo vende al libraio con il 25%.

Quindi su un libro da 10€ (iva esclusa):

3,50€ all’editore (piccolo)
4€ al distributore (nazionale)
2,5€ al libraio (piccolo nella “provincia denuclearizzata a sei chilometri di curve dalla vita” [cit.])

E all’autore?